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La recente ondata di catastrofi avvenute nelle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh ha posto l'attenzione sulle pessime condizioni di lavoro in quel Paese. Ma per i grandi retailer di abbigliamento in cerca di standard migliori – senza rinunciare a lavoratori a basso salario – le prospettive non sono molto meglio in altre parti del developing world. Le fiamme mortali nello stabilimento in Bangladesh lo scorso anno e pochi mesi fa il crollo di una fabbrica, che ha ucciso oltre 700 persone, hanno rivelato rischi per la sicurezza, violazione dei diritti dei lavoratori e subappalto non autorizzato degli ordini dei brand occidentali. Ma gli attivisti sindacali sostengono che le stesse problematiche sono eclatanti anche nei Paesi asiatici low-cost, che producono la maggior parte dell'abbigliamento mondiale. Preoccupazioni riguardo questi problemi si stanno intensificando dal momento che i retailer – sempre più nervosi sul fatto di fare affidamento sul Bangladesh – stanno considerando e valutando altri Paesi tra cui Cambodia, Indonesia e Vietnam, dove i salari sono più bassi rispetto alla Cina, per spostare parte delle loro attività di produzione. Molti di questi Paesi asiatici non se la passano molto meglio del Bangladesh per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori. E i critici sono temono che la sicurezza delle fabbriche e la protezione dei lavoratori non miglioreranno finchè le compagnie di abbigliamento continueranno a puntare solo su tenere bassi i costi di manodopera. Tuttavia i retailer di abbigliamento affrontano potenziali minacce alla loro reputazione un po' ovunque si rivolgono per i loro prodotti. Dal momento che il retailing diventa sempre più competitivo, la domanda per costi bassi, turnaround ultra veloci e zero errori nella produzione di abbigliamento ha posto una pressione enorme sulle fabbriche del developing world. Gli attivisti sostengono che tutto ciò non fa che aumentare il richio di ulteriori disastri.
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