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Siamo abituati a usare smartphone già pronti, standardizzati, ma questa tendenza potrebbe cambiare grazie al telefono componibile, un device composto da una scheda madre su cui attaccare i moduli prodotti da terze parti. L'idea è del giovane designer olandese Dave Hakkens che nel 2013 ha dato vita a Phonebloks. I vantaggi sono parecchi: innanzitutto si rallenta l'obsolescenza, visto che basta modificare un solo componente per mantenere il dispositivo aggiornato, poi si eliminano le cose che non servono, come lettori d'impronte o fotocamere frontali, si riducono i rifiuti e le riparazioni sono più facili. I pezzi scartati non vanno necessariamente buttati, possono essere scambiati o venduti. Il vero punto di forza però è che si dà spazio agli specialisti. Adottando il modello componibile ogni singolo produttore si concentrerebbe solo su ciò che sa fare meglio. Le aziende non dovranno più lambiccarsi per creare ogni cosa: chi fa macchine fotografiche lavorerebbe solo alle ottiche, gli esperti di grafica proporrebbero le schede video, chi eccelle nelle memorie si dedicherebbe solo ad esse. Il problema da risolvere è il sistema operativo. Il modello componibile presuppone infatti la presenza di software capaci di adattarsi a ogni singolo componente. La modularità però può essere vista in tutt'altro modo come nel caso di Paperfold, un progetto dello Human Media Lab della Queen's University di Kingston, Canada. Si tratta infatti di un phablet composto da tre moduli di carta elettronica che si piegano su se stessi, come una cartina stradale. In pratica tre display touch e in bianco e nero che possono essere utilizzati singolarmente o affiancati tra loro per ampliare la grandezza dello schermo o proiettare le informazioni di più fonti diverse. Nel prototipo i display sono solo tre ma è facile immaginare che aggiungendo moduli si arriverà a un telefono a fisarmonica, in grado di estendersi a piacimento.
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